Fatti di Salvator Rosa


Il pittore e poeta italiano Salvator Rosa (1615-1673) fu uno degli innovatori del romanticismo. I suoi dipinti più noti rappresentano scene di natura selvaggia, non traballante, popolata da piccole figure di genere.

Il Salvatore Rosa nacque a Napoli il 21 luglio 1615. Studiò prima pittura con lo zio, Domenico Greco, poi con Jusepe de Ribera e infine con Aniello Falcone. Nel 1640, dopo un soggiorno romano, Rosa si trasferisce a Firenze, dove lavora come pittore alla corte dei Medici. A Firenze conobbe Lucrezia, che ne divenne l’amante, e il poeta Giovan Battista Ricciardi, che ne divenne amico per tutta la vita. Trovandosi male adattato agli ambienti di corte, nel 1650 Rosa tornò a Roma, questa volta in modo permanente. Lì, il 4 marzo 1673, sposò Lucrezia, con la quale aveva vissuto gran parte della sua vita adulta. Undici giorni dopo era morto.

Rosa emerge come una figura stranamente toccante, orgogliosa, malinconica e ferocemente indipendente. Solo tra i maggiori pittori della città, non aveva (per sua scelta) nessun potente mecenate. Raramente accettava commissioni; cercava invece di vendere dal suo studio e di farsi conoscere attraverso mostre pubbliche, poche e rare. A un cliente che osava suggerire il proprio soggetto, Rosa disse: “Vai da un muratore, lavorano su ordinazione”. Al contrario, Pietro da Cortona, il rivale di enorme successo di Rosa a Roma, si vantava di non aver mai scelto il soggetto di nessuno dei suoi dipinti e che, se gli fosse stato chiesto, si sarebbe rifiutato di farlo. Nella sua posizione di indipendenza artistica Rosa era molto avanti rispetto ai suoi tempi.

La protesta di Rosa è ancora più chiara nella sua poesia satirica. Qui ridicolizzava l’arte ufficiale della corte pontificia, soprattutto l’opera di Cortona e di Gian Lorenzo Bernini. Più tardi gli attacchi di Rosa si estesero al papato. Le sue poesie gli valsero una serie di nemici, una voce nell’Indice dei libri proibiti che durò per 2 secoli, e un posto nella storia della letteratura italiana, che, seppur piccolo, sembra essere permanente.

Grotta con Cascate è tipico dei piccoli paesaggi di Rosa, che i suoi amici chiamavano “capricci”. È completamente barocco nella sua manipolazione pittorica, nella pennellata aperta, nelle ombre scure e nell’impasto argenteo che suggerisce lo scintillio dell’acqua che cade. Ma è anche romantico. Sopra le minuscole figure troneggia un gigantesco ponte naturale eroso da cascate. L’uomo appare insignificante e irrilevante di fronte alla grandiosità della natura.

L’umana fragilità è caratteristica della corrente più seria che impregna il lavoro successivo di Rosa. La giovane donna in primo piano indossa una corona di rose molto aperte (fragili e impermanenti). Sulle sue ginocchia siede un neonato che, guidato da uno scheletro alato, scrive le parole: “concepita nel peccato, nata nel dolore, una vita di travaglio e di morte inevitabile”. Altri simboli dell’impermanenza sono i neonati che soffiano bolle di sapone e ciuffi di lino che bruciano. In netto contrasto con i suoi paesaggi selvaggi e selvaggi, lo stato d’animo di queste opere tarde è quello della quiete e della rassegnazione di fronte al destino; esse riflettono l’allora attuale rinascita della filosofia dello stoicismo.

Ulteriori letture su Salvator Rosa

Le selezioni in inglese della corrispondenza e della poesia di Rosa sono in Robert Enggass e Jonathan Brown, Fonti e documenti di storia dell’arte: Italia e Spagna, 1600-1750 (1970). Il lavoro standard su Rosa, di Luigi Salerno (1963), è in italiano. Ellis K. Waterhouse, Pittura barocca italiana (1962; 2d ed. 1969), contiene un buon saggio su Rosa.

Altre fonti biografiche

Scott, Jonathan, Salvator Rosa: la sua vita e i suoi tempi, New Haven: Yale University Press, 1995.


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